
Ho riletto vecchi articoli, scritti 10, 15 anni fa. Era un altro tempo, un’altra persona. Tra quelle righe mi ritrovo. Ero vivo, coraggioso, affilato. Le parole avevano un peso. Il pensiero era lucido, il cuore saldo. Sorrido. Ma subito dopo quel sorriso si spegne, e arriva una domanda tagliente: come sono arrivati a questo punto? Come ho fatto a lasciarmi andare fino a questa paralisi mentale, sociale, familiare? Quali errori, quali decisioni sbagliate mi hanno portato qui? È stato un grande crollo improvviso o una serie lenta e costante di piccoli tradimenti? Uno dopo l’altro, finché non ho smesso di riconoscermi persino nello specchio.
Oggi mi guardo intorno e provo a confrontare il presente con quel passato. Il risultato è sconfortante. Imbarazzante. Quello che vedo è un vuoto. Un presente confuso, evanescente, senza direzione. Provo vergogna. Per me stesso, per quello che sono diventato. E ho paura. Paura del tempo che scivola via senza che io riesca a fermarlo. Paura della morte che si avvicina. Paura di un aldilà infinito, fuori dal tempo, in cui non so se avrò un posto. Mi consola pensare che queste angosce non sono solo mie, che sono temi universali? Nemmeno per idea. Heidegger può dissertare quanto vuole sull'”essere per la morte”. Io rimango qui, a fissare il soffitto, a chiedermi se questa paura passerà mai. E la fede? È diventata un’abitudine. Sempre più formale, sempre più distante. Dio c’è? Forse. Ma io non lo sento più. E, se c’è, non riesco a trovarlo.
La sofferenza, invece, è sempre presente. Non mi strazia, non mi distrugge. Ma è lì, sottile, costante, come un sapore amaro che non se ne va. Mi segue ovunque. Al lavoro, dove devo dire che la vita è un impegno meraviglioso, una corsa entusiasmante verso chissà cosa. A casa, dove il ruolo mi impone di essere forte, presente, rassicurante. Ma cos’è davvero questo impegno? Cercare serenità in mezzo ai problemi? Sentirsi vivi anche quando non sai più cosa sia la vita? Combattere battaglie già perse in partenza? La verità è che mi sento intrappolato in un grande inganno. La politica mente. La società mente. Le relazioni mentono. L’amore? Forse mente anche lui.
E poi c’è la conoscenza. Quella che dovrebbe renderti libero. E invece ti spoglia. Ti svuota. Ti trascina nella follia. Mangiare dall’albero della conoscenza non ti ha reso saggio, ti ha condannato. Ti ha aperto gli occhi sul nulla. Sul caos. Su un mondo che non ha risposte, ma solo domande che si moltiplicano.
Cosa rimane, allora? Provo a rispondere. Provo a trovare un senso. Ma la verità è che non lo so. Forse non è il mondo che deve cambiare, forse sono io. Ma trovare la forza per farlo, dopo essermi perso così tanto, sembra un’impresa impossibile. Eppure, proprio in questa lotta disperata c’è ancora una scintilla di vita. Una possibilità, per quanto lontana, di ricominciare.
